Obsession: perché non è soltanto un horror, ma una riflessione sull’ossessione e sul possesso.
Il film di Curry Barker sta facendo discutere per il suo finale , per la trama e le sue scene estreme. Ma dietro l’horror si nasconde una riflessione sorprendente su ossessione, amore, stalking e relazioni tossiche. La mia analisi senza spoiler.
È vero, i generi ci aiutano a scegliere ciò che ci piace e a evitare quello che pensiamo possa annoiarci o addirittura terrorizzarci. Eppure, a volte, diventano anche un limite: ci impediscono di lasciarci sorprendere da qualcosa di diverso, insolito, fuori dai nostri gusti abituali.
È successo proprio così ai miei nipoti che, nei giorni scorsi, si rifiutavano di vedere il film del momento, Obsession di Curry Barker. “È un horror”, dicevano. Ma è davvero soltanto un horror? Io non ne sono così convinto. Per fortuna li ho convinti non solo perché gli è piaciuto ma perché ne parliamo ancora e mi hanno suggerito di proporlo oggi.
Sì, ci sono scene forti, splatter e decisamente disturbanti. Ma il vero orrore, almeno per me, è un altro: quello che il film racconta sulla nostra società e su certi comportamenti che, purtroppo, esistono davvero.
Vi racconto giusto un po’ di trama, senza rovinarvi la visione. Conosciamo Bear, un ragazzo impacciato (e lo ammetto, a tratti anche un po’ coglione) innamorato da sempre della sua migliore amica Nikki, con la quale lavora in un negozio di musica. Da anni vorrebbe dichiararsi, ma non trova mai il coraggio di farlo.
Nikki, invece, è una ragazza solare che sente il bisogno di cambiare vita e inseguire i propri sogni. Già dalle prime scene il film ci mette davanti a una domanda semplice: Bear riuscirà finalmente a dirle quello che prova?
Per una serie di circostanze, Bear entra in un negozio esoterico e si imbatte in un oggetto capace di esaudire un solo desiderio. All’inizio non gli interessa nemmeno. Poi, dopo una serata che sembrava avergli finalmente aperto uno spiraglio, succede il contrario.
Anzi, succede una delle scene che più mi ha fatto arrabbiare. È Nikki a trovare il coraggio di chiedergli: “Bear… ma io ti piaccio?” E lui, nel momento perfetto per essere sincero, risponde di no.
Una volta rimasto solo, distrutto dal rimorso, spezza quell’oggetto ed esprime un desiderio tanto semplice quanto devastante: che Nikki lo ami più di chiunque altro al mondo. Da qui parte davvero il film.
Il titolo ci suggerisce già dove andremo a finire, quindi non vi farò spoiler. Vi dico soltanto una cosa: il modo in cui Curry Barker mette in scena l’ossessione è tanto inquietante quanto assurdo. In alcuni momenti mi sono ritrovato perfino a ridere, e vi assicuro che quel famoso “No! No! No!” ormai è entrato nel mio vocabolario quotidiano… lo uso persino in ufficio quando qualche collega se ne esce con certe idee!
Ma dietro quelle risate c’è qualcosa di molto più pesante. Il film ci mostra come l’amore possa trasformarsi nel suo esatto opposto quando smette di desiderare il bene dell’altra persona e inizia soltanto a volerla possedere.
Ed è qui che Bear smette di farmi tenerezza. Perché il suo desiderio non nasce dall’amore. Nasce dall’egoismo. Non chiede di essere una persona migliore. Non chiede il coraggio di dichiararsi. Non desidera che Nikki sia felice. Desidera semplicemente che lei appartenga a lui. E questa, secondo me, è la parte più inquietante del film.
Ci sono almeno tre momenti che lo dimostrano perfettamente. Il primo è quando usa il desiderio per cambiare Nikki invece che sé stesso. Il secondo quando, pentito, cerca di “ridurre” l’intensità dell’incantesimo, ma senza rinunciare davvero a essere amato. Il terzo è probabilmente quello che mi ha colpito di più: quando Nikki, ormai consapevole dell’orrore che sta vivendo, lo supplica di mettere fine a tutto, Bear riesce soltanto a chiederle: “È così brutto stare con me?” Una frase che, detta in quel momento, racconta molto più del personaggio di qualsiasi dialogo precedente.
Ammetto che Nikki mi ha fatto veramente una tenerezza infinita. Eppure il film riesce continuamente a farti passare dalla risata al disagio nel giro di pochi minuti. Ed è proprio questa la sua forza. Perché dietro le situazioni assurde e le scene estreme, Barker parla di qualcosa che esiste davvero.
Le ossessioni esistono. Gli stalker esistono. Le relazioni tossiche esistono. E molto spesso non hanno nulla di romantico, anche se qualcuno continua a raccontarle così.
Nel film tutto nasce da un incantesimo. Nella realtà, invece, non serve nessuna magia. A volte basta l’incapacità di accettare un rifiuto. Basta confondere l’amore con il possesso. Basta credere che una persona ci appartenga solo perché l’abbiamo desiderata abbastanza.
E la cosa peggiore è che, in queste situazioni, smettiamo di vedere l’altro come una persona. Lo trasformiamo in un obiettivo. In qualcosa da conquistare. Da trattenere. Da controllare. In un oggetto.
Mi ha fatto riflettere anche un’altra cosa. Chi vive un’ossessione spesso non è soltanto un pericolo per gli altri, ma è anche una persona profondamente malata, imprigionata in una spirale dalla quale difficilmente riesce a uscire da sola. Per questo credo che gli amici, la famiglia e, quando serve, un aiuto professionale possano fare davvero la differenza.
Mi è venuto in mente qualcuno che ancora oggi riceve messaggi dagli amici del proprio ex, a distanza di vent’anni, con frasi del tipo: “Dagli un’altra possibilità, ti ama ancora.” Ecco, no. Quello non è aiutare un amico. È alimentare un’ossessione. È fare del male sia a chi la subisce sia a chi ne è prigioniero.
Io non vi dirò se dovete vedere oppure no Obsession. Vi dirò soltanto che mi ha sorpreso. Con un budget contenuto, Curry Barker è riuscito a realizzare un film originale, curato nei dettagli, ricco di idee visive e capace di passare continuamente dal grottesco al dramma senza perdere la propria identità. È uno di quei registi che ti fanno domandare come riescano a immaginare certe scene e a costruirle con una tale attenzione ai piccoli dettagli.
Ho letto anche diverse teorie sul finale. Ed è bello così: significa che il film continua a vivere anche dopo i titoli di coda. Personalmente non sposo una teoria in particolare. Per me il messaggio più importante è un altro: l’amore non può nascere da un’imposizione. Non può essere ottenuto con il controllo, con la manipolazione o con l’ossessione. Perché nel momento in cui desideriamo qualcuno solo per riempire un nostro vuoto, smettiamo di amarlo davvero. E iniziamo semplicemente a volerlo possedere.
Ed è forse questo il mostro più spaventoso che Obsession ci mette davanti.
A presto
Super Nerd Verse





