Michael Jackson...era quel personaggio che ho sempre volutamente ignorato!
Per tutta la mia vita (44 anni) non so spiegarmi perchè ma poi tutto è cambiato...
Lo confesso.
Ho sempre volutamente ignorato Michael Jackson.
Poi ho visto Michael al cinema e ho letto Moonwalk.
Ed è iniziata così la mia conoscenza di Michael Jackson, soltanto nel corso del 2026.
A 44 anni. Da boomer.
Con un fratello più grande di me di nove anni e una sorella di quattro anni più grande, avrei potuto subirne il fascino negli anni Ottanta e Novanta, anche se ero ancora un bambino. Eppure lo snobbai completamente.
Credo che la causa abbia un nome preciso: Thriller.
Quel videoclip mi spaventava a morte. Ancora oggi ricordo quanto mi sembrasse assurdo che venisse trasmesso a qualsiasi ora del giorno.
Ero convinto che certe immagini si potessero vedere solo nelle videocassette a noleggio o nei film vietati ai minori trasmessi in seconda serata. Thriller, invece, entrava direttamente nelle case di tutti.
Per me fu sufficiente a creare un pregiudizio.
Nella mia mente Michael Jackson divenne una persona inquietante, quasi cattiva, qualcuno da cui tenersi alla larga. Chiunque me ne parlasse non riusciva a suscitare in me la minima curiosità.
Oggi, con il senno di poi, credo che quella sensazione nascesse soprattutto dal finale del videoclip: quando sei ormai convinto che tutto sia stato soltanto un incubo, i suoi occhi da zombie ti guardano e ti fanno capire che ti sei sbagliato.
È una scena che mi è rimasta impressa per decenni.
Col tempo mi è persino venuto da pensare che quel finale fosse quasi una metafora, una sorta di premonizione di ciò che Michael avrebbe vissuto negli anni successivi.
Per me Thriller significava tutto questo: paura del videoclip, antipatia verso l’artista e totale disinteresse verso la sua musica.
Ed è curioso, perché sarebbe bastato ascoltare davvero i suoi testi per capire che la sua filosofia era l’esatto contrario della violenza. Quelle figure da “duro”, da Bad o da “macho man”, erano personaggi, non la persona.
Qualche settimana fa, però, un gruppo di amici mi ha convinto ad andare al cinema a vedere Michael.
Sono entrato senza aspettative.
Anzi, erano bassissime.
E invece mi sono ritrovato completamente coinvolto.
Vedere quel bambino capace di cantare e ballare con una naturalezza fuori dal comune è emozionante. Ancora di più quando capisci che, mentre lui scopre semplicemente di avere un dono, suo padre intravede soprattutto una macchina per fare soldi.
Rigidità. Cintura di cuoio. Prove infinite. Sacrificio.
Così, poco alla volta, prende forma quello che il mondo avrebbe conosciuto come il Re del Pop.
Non voglio soffermarmi troppo sul film.
In realtà, questo post nasce soprattutto per raccontare uno dei libri che più mi hanno colpito in questo 2026: Moonwalk.
Un’autobiografia pubblicata nel 1989 che probabilmente molti fan storici conoscono bene e che oggi, grazie al successo del film, è finalmente tornata facilmente reperibile.
Se vi chiedete come sono fatto, la risposta è semplice.
Quando qualcosa mi colpisce davvero, non riesco a fermarmi alla superficie.
Ho bisogno di arrivare fino al centro.
Di leggere, ascoltare, approfondire, capire.
In poche settimane mi sono immerso completamente nel mondo di Michael Jackson: dagli album ai testi delle canzoni, fino ai documentari e alla sua storia personale.
In un certo senso, sono diventato suo amico.
Moonwalk mi è piaciuto molto.
Non tanto per la copertina, che personalmente trovo piuttosto anonima e poco rappresentativa del contenuto, quanto perché mi ha dato la sensazione di ascoltare direttamente la sua voce.
Mi auguro davvero che sia stato lui a scriverlo, e non un ghostwriter.
Perché è un libro intimo, sincero, capace di raccontare un Michael molto diverso da quello che avevo immaginato per tutta la vita.
Mi ha colpito la sua sensibilità.
Il rispetto che dimostra verso gli altri.
La naturalezza con cui racconta la propria vita.
Ho apprezzato anche le fotografie d’epoca presenti nel volume, ma la parte che mi ha toccato di più riguarda la sua filosofia di Peter Pan.
Anni fa pubblicai su Facebook una foto accompagnata da queste parole:
“Solo chi ha vissuto cose da grandi quando non doveva può permettersi il lusso di tornare bambino ogni volta che vuole... e non viceversa.”
Rileggendo Moonwalk ho avuto la sensazione di ritrovare quel pensiero.
Michael è stato immerso nel mondo degli adulti fin dall’infanzia.
Se Peter Pan rappresenta l’eterno bambino, a lui è stato chiesto di diventare, fin da subito, un eterno adulto.
Negli ultimi giorni ho visto anche alcuni documentari dedicati alla sua vicenda, compreso Il Verdetto, uscito recentemente su Netflix.
Non ho una posizione definitiva sulle accuse che hanno accompagnato la sua vita e non è questo il tema del mio articolo.
Posso solo dire che leggere le sue parole rende tutto ancora più complesso e difficile da immaginarlo diversamente che innocente.
Così come il finale di Thriller continua ancora oggi a lasciarmi una sensazione difficile da spiegare, anche la lettura di Moonwalk mi ha lasciato più domande che certezze.
Ed è forse questo il motivo per cui continuerò ad approfondire la sua storia.
A seguire un paio di pagine dal libro che mi hanno colpito.
Grazie di avermi letto.
A presto,
Super Nerd Verse









