"Mars" di Fuyumi Soryo: il manga che ha insegnato a parlare delle ferite dell'anima
I fumetti nel Super Nerd Verse
Ricordo ancora la prima volta che lo vidi in fumetteria, nel lontano 1999. In copertina c’erano due ragazzi che mi fecero subito simpatia, anche il titolo “Mars” mi incuriosì all’istante. Presagivo una storia intensa, viscerale, diversa da tutto ciò a cui ero abituato. E la sensazione non mi avrebbe tradito.
In quel periodo alternavo con grande disinvoltura le mie letture tra shōnen e shōjo. Ero reduce dalle emozioni adrenaliniche di Dragon Ball, il manga che mi ha fatto innamorare per sempre del fumetto giapponese e che ancora oggi conservo gelosamente nella sua storica edizione “sottiletta” con la spina azzurrina. Ogni tanto, però, sentivo il forte bisogno di cambiare atmosfera — anche perché presentarsi a scuola con la voglia di scagliare qualche Kamehameha ai professori (o “onda energetica”, come la chiamiamo un po’ tutti i figli del cartone su Italia1) non era sempre la strategia migliore per sopravvivere alle interrogazioni.
Per chi si stesse avvicinando soltanto oggi al mondo dei manga, vale la pena fare una piccola parentesi per orientarsi. Sebbene le etichette odierne siano diventate molto più fluide, la distinzione storica tra shōnen e shōjo risiede essenzialmente nel pubblico di riferimento primario per cui le opere venivano serializzate in Giappone.
Quando Mars debuttò nel 1996, in molti commisero l’errore superficiale di catalogarlo come la classica storia “harmony” per adolescenti. In realtà, Fuyumi Soryo stava compiendo un gesto infinitamente più coraggioso e controtendenza.
Dietro la facciata di un’apparente storia d’amore tra i banchi di scuola, l’autrice ha intessuto un percorso narrativo crudo e delicatissimo su temi che ancora oggi facciamo fatica ad affrontare a viso aperto: il trauma profondo, la salute mentale, la violenza domestica, l’autolesionismo, il peso soffocante del senso di colpa e il doloroso processo di ricostruzione di sé.
In un articolo precedente, sotto la categoria “Fumetti”, vi ho già parlato della grandezza di Fuyumi Soryo. Dopo aver letto Mars ho potuto infatti scoprire e apprezzare lo spessore straordinario con la sua successiva opera “Cesare – Il creatore che ha distrutto”, un manga storico ambientato proprio in Italia che considero a mani basse tra le opere visivamente e contenutisticamente più belle mai disegnate.
La cosa che mi ha sempre affascinato di questa autrice è la sua capacità di cambiare registro con una disinvoltura disarmante: che si tratti di un dramma psicologico, di un romance o di una ricostruzione storica monumentale, al centro del suo pennino ci sono sempre le persone, la loro fragilità e la verità incontaminata delle loro emozioni.
In Mars, questa verità emerge con una forza dirompente. La storia non cerca mai di vendere l’illusione dell’amore perfetto, quello da fiaba stilizzata con i cuoricini a margine e il lieto fine confezionato. Ci mostra, invece, due ragazzi profondamente spezzati che cercano, prima di ogni altra cosa, di imparare a stare al mondo.
Da un lato c’è Kira, una ragazza timida fino all’invisibilità che riesce a comunicare con il resto dell’universo soltanto attraverso la pittura. Dall’altro c’è Rei, un pilota di motociclismo istintivo, sfacciato, apparentemente invincibile. Sulla carta sembrano l’archetipo degli opposti che si attraggono, ma la realtà è ben diversa: Kira e Rei condividono la stessa identica ombra. Entrambi convivono con ferite interiori così devastanti da essersi convinti di non meritare, in alcun modo, la felicità.
È proprio qui che Mars compie la sua silenziosa rivoluzione narrativa. L’amore non arriva come una bacchetta magica a risolvere i problemi o a cancellare il passato con un bacio. Al contrario, stare insieme agisce come uno specchio spietato: li costringe a guardare finalmente in faccia i propri demoni, a disseppellire ricordi dolorosi e ad accettare che chiedere aiuto non è un atto di debolezza, ma il primo vero gesto di coraggio.
Negli anni ‘90, in un momento che si prediligeva spesso relazioni romantiche idealizzate e salvifiche, la Soryo ha scelto la via della verità psicologica. Kira e Rei sbagliano. Litigano ferocemente, si spaventano, cadono, si fanno del male a vicenda e, nei momenti di maggiore smarrimento, finiscono per allontanarsi proprio quando avrebbero più bisogno l’uno dell’altra. È esattamente questa loro imperfezione a renderli, a distanza di decenni, incredibilmente veri.
Nulla di tutto questo viene mai trattato in modo sensazionalistico o strumentale. Ogni trauma e ogni cicatrice appartengono visceralmente alla costruzione dell’identità dei protagonisti, e questa complessità emotiva trova la sua perfetta cassa di risonanza nel disegno dell’autrice. Lo stile grafico della Soryo è d’una raffinatezza rara, le tavole dedicate alle opere pittoriche di Kira trasmettono una sensibilità visiva immensa — dove si respirano persino chiare influenze d’arte colta, prima fra tutte quella di Gustav Klimt — che si contrappone meravigliosamente al metallo freddo e alle linee tese delle moto di Rei. Due mondi apparentemente inconciliabili che trovano un punto d’incontro unico.
Mars arrivò in Italia sul finire del decennio grazie a Star Comics, in una prima edizione da 15 volumi nel 1999 che molti lettori della mia generazione ricordano ancora con nostalgico affetto. Più di recente, nel 2021, è stato riproposto in una splendida edizione deluxe in 8 volumi, offrendo una seconda vita a questa gemma e permettendo anche a chi non l’aveva mai letto di scoprirlo per la prima volta.
Molti manga contemporanei che oggi affrontano relazioni complesse e percorsi di crescita emotiva devono qualcosa all’approccio di Fuyumi Soryo: non perché l’abbiano imitata, ma perché Mars ha dimostrato a tutti che uno shōjo poteva essere viscerale, adulto e profondo senza smarrire la propria anima romantica.
Quei quindici volumetti del 1999 sono rimasti per anni custoditi nella libreria della casa di mia madre, incastonati tra i ricordi più preziosi della mia adolescenza... e assieme al ricordo di qualche brufolo di troppo. Quando nel 2021 è uscita la riedizione deluxe, la tentazione è stata troppo forte e l’ho ricomprato per intero. Rileggerlo da adulto è stato una rivelazione, quasi come approcciarsi a un manga completamente diverso.
Da ragazzo rimasi folgorato soprattutto dalla tensione magnetica della storia d’amore; oggi, con una consapevolezza differente, vengo colpito dalla delicatezza con cui si racconta la paura di aprirsi all’altro, la fatica immensa per tornare a fidarsi del mondo e la grazia con cui due persone provano, un giorno alla volta, a guarire.
È questo il motivo fondamentale per cui Mars non risente del peso del tempo. Non è un manga che è semplicemente invecchiato bene: è un’opera che è cresciuta insieme ai suoi lettori.
Qual è la vostra esperienza con questo titolo? Lo avete letto ai tempi della prima edizione, lo avete recuperato di recente con la nuova deluxe o è ancora lì incastrato nella vostra lista dei desideri? Raccontatemelo nei commenti. Se amate le storie capaci di scavarvi dentro e di emozionare senza scorciatoie, non posso fare altro che consigliarvelo di cuore.
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