Ricordo ancora come fosse oggi la prima volta in cui vidi quella ragazzina bionda, bellissima, seduta sulle scale di una metropolitana con una chitarra tra le mani. Bastò una canzone e fu subito un colpo di fulmine.
Lene Marlin entrò così, in punta di piedi, nella mia vita, mentre attraversavo le mie crisi adolescenziali e amorose, tra una puntata di Sailor Moon su Bim Bum Bam, Dragon Ball e Dawson’s Creek.
Fu lei a completare quel mosaico nostalgico nel quale, ancora oggi, si riconosce gran parte della mia generazione: siamo cresciuti a cavallo tra due secoli, con il cuore sempre un passo avanti rispetto all’età che avevamo.
Unforgivable Sinner ottenne immediatamente un enorme successo, raggiungendo le prime posizioni delle classifiche in diversi Paesi, Italia compresa. Il Festivalbar del 1999 viene ricordato ancora oggi anche per quella canzone e per la voce fragile, ma allo stesso tempo fermissima, di una diciottenne norvegese capace di cantare la colpa e il rimorso come se li stesse vivendo proprio in quell’istante.
Io trascorrevo le estati nel paese dei miei genitori. Avevamo una piccola casa e ricordo quei pomeriggi passati ad ascoltare ininterrottamente quello che sarebbe diventato il mio album preferito in assoluto: Playing My Game.
Non c’era una sola canzone che volessi saltare. Mi piacevano tutte, una per una, come le pagine di un diario che non mi apparteneva, ma che sembrava scritto apposta per me.
Proprio di recente, un mio caro amico, anche lui appassionato di Lene, è riuscito a regalarmi una copia del CD, ormai difficile da trovare. Non potete immaginare quanto mi piacerebbe avere anche il vinile: sarebbe un autentico oggetto del desiderio.
Playing My Game uscì il 22 marzo 1999 per Virgin Records. Era il disco d’esordio di una ragazza di Tromsø, nell’estremo nord della Norvegia, che aveva scritto quelle canzoni durante l’adolescenza, nella propria stanza e con una chitarra acustica.
Non è un caso che l’album assomigli più a un quaderno di pensieri che a un prodotto pop costruito a tavolino. Dentro c’è la timidezza di chi scrive prima di tutto per sé stessa e che, forse proprio per questo, riesce a parlare a tutti.
Quell’anno Lene Marlin conquistò quattro Spellemannprisen, i più importanti premi musicali norvegesi, e vinse agli MTV Europe Music Awards come migliore artista nordica. Un debutto straordinario che, nel giro di pochi mesi, la portò da Tromsø al resto del mondo.
Sitting Down Here, il brano che apre l’album, racconta la sensazione di essere invisibili agli occhi di chi dovrebbe vederci per primo: parole che feriscono, una fiducia tradita e il desiderio di sparire pur rimanendo lì, seduti a osservare.
Unforgivable Sinner, il singolo che la fece conoscere al grande pubblico, è invece un brano più oscuro e complesso, attraversato dalla colpa, dal rimorso e dal peso di qualcosa che sembra impossibile da perdonare. Rimase al primo posto in Norvegia per otto settimane consecutive e divenne il singolo di un’artista esordiente venduto più velocemente nella storia musicale del Paese.
Playing My Game, la title track, è forse la canzone più enigmatica: un gioco a due fatto di equilibri fragili, emozioni trattenute e regole mai pronunciate, che finisce per dare il nome all’intero disco.
Where I’m Headed è invece un canto di incertezza e di ricerca. Racchiude quella domanda che, a diciott’anni, prima o poi ci poniamo tutti: dove sto andando e chi voglio diventare? In Francia diventò il singolo di Lene Marlin capace di raggiungere la posizione più alta in classifica.
E poi ci sono Flown Away, The Way We Are, So I See, Maybe I’ll Go, One Year Ago e A Place Nearby: dieci tracce che, insieme, compongono il ritratto di una ragazza che, senza poterlo immaginare, stava già scrivendo la colonna sonora dell’adolescenza di mezza Europa.
Da qualche anno la canzone A Place Nearby è tornata prepotentemente nella mia vita a causa della perdita improvvisa di mio fratello.
Già allora l’ascoltavo pensando alle persone che avevo perduto, come mio papà. Dopo quest’ultima, durissima prova, le sue parole hanno assunto per me un significato ancora più profondo. Questa canzone mi aiuta a sperare che esista davvero un Paradiso vicino e che le persone che abbiamo amato non siano mai completamente lontane da noi.
Nel brano, chi se ne va spiega le ali verso qualcosa di sconosciuto, ma promette di restare accanto a chi rimane. È un’immagine semplice e potentissima: il Paradiso non come un luogo irraggiungibile, ma come uno spazio vicino nel quale sperare di ritrovare chi abbiamo amato.
Riascoltare, comunque, oggi questo disco significa tornare a quei pomeriggi trascorsi nella nostra casetta, al profumo dell’estate mescolato al suono dello stereo, a un’età in cui ogni canzone sembrava parlare esattamente di te.
Lene Marlin non cercava di stupire: cercava semplicemente di essere sincera. Ed è forse proprio per questo che, ancora oggi, quella sincerità continua a suonare così vera.
Ho amato anche i suoi lavori successivi. In particolare, il singolo Here We Are continua a emozionarmi perché mi ricorda tanti momenti felici e la storia d’amore con la persona che poi ho sposato.
Il nostro amore è nato proprio quando avevamo smesso di cercarlo. Era un’amicizia che, come un bruco divenuto farfalla, ha abbandonato la propria forma iniziale per trasformarsi in qualcosa di ancora più bello.
Questa canzone racconta il momento in cui tutto sembra finalmente essere al posto giusto: due persone si prendono per mano, quasi sorprese di essere riuscite ad arrivare fin lì. Ed è proprio per questo che la sento così vicina alla nostra storia.
Vorrei davvero che Lene tornasse a cantare e, soprattutto, che annunciasse un nuovo tour. La seguirei ovunque pur di poter ascoltare ancora una volta dal vivo la sua voce e quelle canzoni che hanno accompagnato una parte tanto importante della mia vita.
Lene, perché non fai questo regalo a tutti noi che non abbiamo mai smesso di ascoltarti?
Pensaci davvero.
A presto,
Super Nerd Verse






