Idaho, Moscow: un appartamento di studenti, un killer
Il true crime nel Super Nerd Verse
Michael Jackson ci ha regalato una canzone indimenticabile dal titolo Stranger in Moscow. Parlava di un altro contesto e raccontava una storia completamente diversa, eppure non vi nascondo che il nome del luogo e alcuni versi mi hanno fatto pensare inevitabilmente al caso di oggi:
«Vagavo sotto la pioggia,
con la maschera della vita, sentendomi impazzire…
Come ci si sente
quando sei solo
e hai freddo dentro?
Questa volta, però, non ci troviamo nella Mosca russa, ma a Moscow, una cittadina dell’Idaho. È notte fonda e uno sconosciuto si aggira all’interno di una casa di King Road, abitata da sei studenti.
Ho conosciuto questa storia grazie alla mia immancabile informatrice Elisa Truecrime diverso tempo fa, ma l’uscita del nuovo documentario su Netflix e gli ultimi avvenimenti, hanno riacceso la mia curiosità e desiderio di parlarvene.
È la notte tra il 12 e il 13 novembre 2022, in una casa al 1122 di King Road, a Moscow, Idaho. Sei giovani sono lì: alcuni vivono in quella casa, altri stanno semplicemente passando la serata insieme. È un normale sabato sera in una tranquilla cittadina universitaria ma qualcuno si avvicina a quella casa. E quando ne uscirà, quattro ragazzi non saranno più vivi.
Quella sera ci sono Madison Mogen, Kaylee Goncalves, Xana Kernodle ed Ethan Chapin, insieme a due coinquiline che sopravviveranno alla notte. Sono giovani con progetti, amicizie, famiglie che li aspettano, prima ancora di diventare le vittime di uno dei casi criminali più discussi d’America, sono quattro studenti che stanno vivendo un fine settimana come tanti altri. Verso le quattro del mattino la normalità si interrompe.
Una delle coinquiline superstiti racconterà agli investigatori di essersi svegliata più volte per dei rumori, e di aver sentito una voce dire che qualcuno si trovava in casa. Apre la porta della sua stanza e vede passare nel corridoio un uomo vestito di scuro, il volto parzialmente coperto: alto, corporatura atletica, sopracciglia folte. L’uomo le passa davanti e si dirige verso l’uscita posteriore. Lei rimane paralizzata dallo shock e si richiude in camera. La mattina del 13 novembre alcuni amici vengono chiamati in casa, e poco prima di mezzogiorno arriva la telefonata al 911. Quando la polizia entra, scopre una scena molto più grave di quanto chiunque potesse immaginare: Madison, Kaylee, Xana ed Ethan sono morti.
L’arma non viene mai trovata, ma si ritiene si tratti di un grande coltello a lama fissa. Le coinquiline sopravvissute vengono rapidamente escluse dai sospetti, così come amici e conoscenti delle vittime — ma nei primi giorni non emerge alcun nome. Non c’è un movente evidente, non è chiaro come l’aggressore sia entrato in casa. Per settimane resta una sola domanda: chi, e perché?
La svolta arriva da un dettaglio quasi banale: un fodero di pelle, trovato accanto a Madison Mogen. Sul bottone automatico, gli specialisti isolano un profilo genetico maschile da un’unica fonte — sembra un errore, come se chi ha portato il coltello in casa ne avesse dimenticato il fodero durante l’aggressione. Analizzando le telecamere del quartiere, la polizia nota anche un’auto bianca passare più volte vicino alla casa, identificata come una Hyundai Elantra, che si allontana rapidamente subito dopo l’orario stimato del delitto. La ricerca diventa pubblica, e a pochi chilometri da Moscow la polizia individua un’auto compatibile, registrata a nome di uno studente della Washington State University: Bryan Kohberger.
Kohberger ha 27 anni e sta frequentando un dottorato in criminologia — un dettaglio che colpisce subito l’opinione pubblica: chi finisce sospettato è qualcuno che studia proprio il comportamento criminale. Gli investigatori verificano il suo veicolo, compatibile con quello ripreso dalle telecamere, le sue caratteristiche fisiche, i dati telefonici e il possibile collegamento genetico con il fodero. Il 30 dicembre 2022, poco più di sei settimane dopo gli omicidi, Bryan Kohberger viene arrestato nella casa dei genitori in Pennsylvania e trasferito in Idaho, accusato di quattro omicidi di primo grado.
Resta però la domanda più difficile: perché? Per oltre due anni Kohberger si dichiara non colpevole. Non viene mai chiarito un movente certo, né se conoscesse personalmente una o più vittime. Quel vuoto alimenta un’enorme quantità di teorie, molte nate sui social senza alcuna base verificabile — e dietro ogni teoria ci sono quattro persone reali, e famiglie costrette a vedere i nomi dei propri figli trasformati in materiale per video e podcast spesso senza alcun controllo.
Poi, il 2 luglio 2025, arriva una svolta inattesa: Kohberger cambia dichiarazione e si dichiara colpevole di tutti i capi d’imputazione, evitando così la pena di morte in cambio di quattro ergastoli senza condizionale. Durante l’udienza, familiari e sopravvissuti raccontano l’impatto devastante di quella notte sulle loro vite — ma Kohberger non spiega mai il motivo delle sue azioni. La confessione stabilisce la sua responsabilità legale, ma non offre a nessuno la risposta che tutti aspettavano. Nel luglio 2026, Kohberger ha persino tentato di ritirare la propria dichiarazione di colpevolezza: al momento la richiesta non ha cambiato nulla, e resta condannato.
La casa di King Road è stata demolita nel dicembre 2023. Quel luogo oggi non esiste più. Restano però quattro assenze che nessuna demolizione può cancellare: Madison Mogen, Kaylee Goncalves, Xana Kernodle ed Ethan Chapin.
Questa non dovrebbe essere ricordata solo come “la storia di Kohberger”: è prima di tutto la storia di quattro ragazzi che, in una normale notte di novembre, si trovavano semplicemente in una casa con le persone a cui volevano bene.
Oggi non sappiamo quale fosse il vero movente, né probabilmente lo sapremo mai. Ed è forse proprio questo vuoto, più ancora dell’enormità di ciò che è accaduto, a rendere la storia di Moscow così difficile da dimenticare. Perché un colpevole può essere individuato e condannato, ma una sentenza non sempre riesce a rispondere a tutti i nostri perché.
Ero già arrabbiato e sconvolto quando conobbi questa storia, anni fa. Ma quello che oggi mi fa arrabbiare ancora di più è il modo in cui certe situazioni vengono trattate: quasi una moda, questo continuo ritrattare, riaprire i casi, tornare sempre a parlarne. È come se qualcuno riaprisse una per una tutte le ferite che mi sono state inferte — ferite cicatrizzate a fatica, ma che basta un niente per farle sanguinare di nuovo, e stavolta anche più di prima.
Anche in Italia, il caso di Garlasco ha dimostrato che il dolore non finisce mai davvero. E quello che mi fa più incazzare è che i colpevoli certi — lascio stare Sempio e Nastasi qui da noi, ma tornando al caso di Moscow — non hanno nemmeno il coraggio di ammettere che schifo di persone sono, e di dire cosa hanno fatto e perché.
Mi fa impazzire. Per questo odio i cold case. Viviamo nell’epoca del dubbio: sembra questa la nuova strategia del 2026. Ma io, come tutti, vorrei solo non avere più dubbi. Vorrei poter dormire sereno, sapere che chi sbaglia ne è consapevole e soprattutto se ne pente. Invece nessun pentimento si vede all’orizzonte. Che giustizia è, questa? E come possiamo davvero liberarci da tutto questo?
E tu conoscevi questa storia ? Cosa ne pensi di tutto questo cinema mediatico che ormai ogni caso di cronaca vive e questa moda del ritrattare?
fammelo sapere, ne sono veramente interessato. Seguimi anche per altri contenuti.
Ti ricordo che sotto la sezione crime trovi altri casi che mi hanno fatto riflettere e incaxxare.
A presto
Super Nerd Verse
Nb: questo il nuovissimo documentario Netflix, guardalo se vuoi altre info e comprendere tutto.






