Questo caso mi tocca da vicino nel vero senso della parola. Vengo dalla stessa terra nella quale Denis Bergamini, per alcune stagioni, ha fatto sognare un’intera curva. Quando accaddero i fatti ero troppo piccolo per ricordarli, ma il documentario ed il podcast di Pablo Trincia (Il cono d’ombra) mi hanno aiutato a conoscere questa storia meglio scoprendo che certe storie non hanno bisogno della memoria diretta per entrarti dentro: a volte basta un viso.
E quello di Denis è un viso che non si dimentica: i capelli biondi, il sorriso pulito, l’espressione di chi sembra appartenere a un’epoca più semplice. A un tempo precedente a tutto ciò che sarebbe accaduto.
Era il 18 novembre 1989. Il Cosenza era in ritiro in vista della partita contro il Messina. Denis aveva 27 anni, un posto fisso a centrocampo e diversi progetti per il futuro. Aveva comprato mobili nuovi e si preparava alla partita come tante altre volte.
Poi arrivarono una telefonata, l’incontro con Isabella Internò — la ragazza con la quale aveva avuto una relazione ormai terminata, ma forse mai davvero chiusa — e un viaggio sulla Maserati del calciatore fino alla Statale 106, nei pressi di Roseto Capo Spulico.
Fu lì che la vita di Denis si fermò sotto le ruote di un camion.
Un suicidio.
La prima versione arrivò rapidamente: Denis si sarebbe gettato volontariamente davanti al mezzo, sconvolto dopo una discussione con Isabella.
Ma chi lo conosceva non ha mai creduto a quel suicidio.
Non era stato notato alcun comportamento che facesse pensare a un ragazzo intenzionato a lasciarsi tutto alle spalle. Denis aveva progetti, impegni e una carriera ancora davanti. Anche la scena presentava particolari difficili da spiegare: le scarpe apparivano troppo pulite rispetto all’asfalto bagnato e alle pozzanghere; l’orologio era ancora funzionante; le condizioni del corpo e alcune lesioni, secondo i successivi accertamenti, non risultavano compatibili con la dinamica del suicidio raccontata all’epoca.
Nonostante questi dubbi, per anni la giustizia si fermò alla prima conclusione: suicidio, fascicolo chiuso. Nel 1992 anche il camionista, inizialmente accusato di omicidio colposo, venne assolto.
Una sorella che non si è mai arresa
A mantenere viva questa storia non sono stati inizialmente i tribunali, ma l’ostinazione di chi Denis lo amava: sua sorella Donata e la sua famiglia.
Anno dopo anno hanno raccolto fotografie, testimonianze, ricostruzioni e consulenze, continuando a chiedere che quella morte venisse esaminata nuovamente. Nel frattempo si sono susseguite ipotesi legate al calcio scommesse, alla criminalità organizzata e ad altri ambienti. Piste suggestive, ma che non hanno trovato conferma nel processo concluso in primo grado.
Una svolta è arrivata nel 2017, ventotto anni dopo la morte, quando la salma di Denis è stata riesumata.
Per uno straordinario fenomeno naturale di conservazione, il corpo si trovava ancora in condizioni tali da poter essere sottoposto a nuovi esami. Denis poteva finalmente essere ascoltato ancora una volta, questa volta attraverso strumenti e conoscenze differenti.
I risultati furono sconvolgenti.
Secondo gli accertamenti accolti dalla Procura e successivamente dalla sentenza di primo grado, Denis sarebbe stato reso incapace di difendersi e poi soffocato mediante uno strumento morbido. Il suo corpo sarebbe stato successivamente collocato sulla strada e sormontato dal camion quando era già morto, allo scopo di inscenare un suicidio.
La difesa di Isabella Internò contesta questa ricostruzione e sostiene che non esista una prova scientifica certa dell’omicidio. La donna ha sempre proclamato la propria innocenza, continuando a sostenere che Denis si sia gettato volontariamente davanti al mezzo.
La prima condanna dopo trentacinque anni
Il 1º ottobre 2024 la Corte d’assise di Cosenza ha condannato Isabella Internò a 16 anni di reclusione per concorso in omicidio volontario con persone rimaste ignote.
Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, il movente sarebbe stato sentimentale: Denis aveva deciso di interrompere definitivamente il rapporto e non avrebbe voluto sposare Isabella. La donna, non accettando quella decisione, avrebbe partecipato all’organizzazione del delitto insieme ad altri soggetti mai identificati.
Nel processo d’appello l’accusa ha chiesto di aumentare la pena a 23 anni, mentre la difesa continua a chiedere l’assoluzione. Dopo un rinvio, la sentenza è attesa per il 17 novembre 2026.
Non esiste quindi ancora una sentenza definitiva. E anche qualora venisse confermata la condanna, rimarrebbero domande enormi: chi era coinvolto? Dove sarebbe stato ucciso Denis? Come sarebbe stato trasportato il suo corpo sulla Statale 106?
Sentire nominare luoghi che conosco dentro una storia come questa mi ha colpito in un modo che non mi aspettavo.
Il cinema Odeon, dove da piccolo e poi da ragazzo guardavo i film che mi facevano sognare, è lo stesso che Denis lasciò improvvisamente quel pomeriggio dopo una telefonata.
La chiesa di Santa Teresa, gremita per l’ultimo saluto al calciatore, è un luogo davanti al quale sono passato decine di volte.
Prima erano soltanto luoghi legati ai miei ricordi. Adesso dopo aver conosciuto a fondo questa storia portano anche il suo nome.
Qualcuno conosce tutta la verità
Ogni volta che un caso come questo rimane sospeso, mi resta addosso una rabbia precisa: la consapevolezza che qualcuno, da qualche parte, possa conoscere davvero ciò che è accaduto e abbia scelto di non parlare.
Solo chi ha vissuto da vicino una perdita improvvisa — un suicidio, un omicidio o una scomparsa — può comprendere fino in fondo cosa significhi restare senza risposte. Perdere una persona è già un’ingiustizia; perderla senza conoscere il perché lo è ancora di più.
A volte vorrei poter essere una piccola luce capace di raggiungere chi sa e non parla. Vorrei supplicarlo di raccontare ciò che conosce, perché il silenzio, quando può impedire a una famiglia di arrivare alla verità, diventa una crudeltà difficile da accettare.
Vorrei quasi poterle incontrare in sogno, queste vittime, e lasciare che siano loro a raccontarci come sia andata davvero. È lo stesso pensiero che mi accompagna quando leggo le storie delle persone scomparse: la sensazione dolorosa che la risposta esista, ma rimanga nascosta nella memoria di qualcuno.
Ma sopratutto, come prassi mi ripeto ormai, il dubbio diventa il colpevole principale di tutto.
Non è mio compito, né mio desiderio, stabilire responsabilità. Saranno i giudici a decidere e la sentenza non è ancora definitiva.
Quello che desidero è che il nome di Denis Bergamini non rimanga legato per sempre all’etichetta sbrigativa applicata alla sua morte nel 1989.
Prima del caso c’era un ragazzo.
Un ragazzo che sapeva giocare a pallone, che sorrideva con semplicità e che a 27 anni aveva ancora tutta la vita davanti. Un calciatore capace di trasformare il proprio talento in un’emozione condivisa e di rendere il calcio, per un’intera città, una passione da vivere con anima e corpo.
Denis poteva essere ancora qui. Avrebbe potuto continuare a giocare, allenare, raccontare il calcio o semplicemente invecchiare circondato dalle persone che gli volevano bene.
Raccontarlo è un mio piccolo modo di continuare a ricordarlo. Tra noi e con noi.
Ciao Denis.
Mi piace immaginarti mentre giochi a pallone anche lassù, in un luogo nel quale non esistono bugie, ferite e dolori così grandi.
Super Nerd Verse





