Cuore Nero di Silvia Avallone - Concediamo davvero al prossimo di redimersi dai suoi peccati?
I libri nel Super Nerd Verse
Questo è stato davvero un libro inaspettato, non tanto per la scrittura e lo stile di Silvia Avallone — di cui ormai sono avvezzo, avendo letto molti suoi libri — quanto per la sua trama, per come è raccontata, per i luoghi, i personaggi e tutto il filo della storia, dall’inizio alla fine.
È un libro che ci spinge a domandarci nel profondo se davvero siamo disposti a perdonare gli errori delle persone, soprattutto in situazioni complesse e difficili come quella raccontata nel libro.
Un accenno alla trama
(perché, ricordate, odio spoilerare su qualsiasi argomento).
Siamo in un minuscolo borgo piemontese. Qui arriva Emilia, una trentenne che ha appena scontato quattordici anni di carcere per un reato gravissimo commesso durante l’adolescenza. È lì per isolarsi dal mondo, dalla colpa e da tutti gli sguardi che inevitabilmente le finirebbero addosso nella sua città di origine.
Nel paese vive Bruno, un maestro di scuola elementare che ha scelto anche lui l’isolamento. Vive come un orso solitario, incapace di superare il dolore per un tragico incidente che ha colpito la sua famiglia.
Nonostante le loro intenzioni iniziali — entrambi schivi verso il prossimo — finiranno per incontrarsi. E quell’incontro li costringerà a fare i conti con tutto ciò da cui stanno cercando di fuggire.
Perché ho amato questo libro
Non è facile parlare di questo libro perché può confondere chi legge soltanto una recensione o un breve accenno di trama. Probabilmente solo chi lo ha letto può intuire davvero perché io l’abbia amato così tanto.
Partiamo da un presupposto: è un libro scomodo.
Non è la classica storia in cui ci affezioniamo a un personaggio perché vittima di qualcosa o di qualcuno. Qui il personaggio di Emilia è l’avvenimento. Ma quando ci soffermiamo davvero a chiederci:
“Perché un essere umano arriva a compiere gesti del genere?”
No, non arriveremo mai a una risposta definitiva. E di certo non la troverò oggi. Mia nonna mi diceva sempre che la mente è come una cipolla. Basta un attimo per smettere di comprenderla. Solo crescendo credo di aver capito davvero cosa intendesse.
Ogni strato sembra proteggerci, ma basta iniziare a toglierli uno dopo l’altro per avvicinarsi a qualcosa di fragile, di vuoto. E, proprio come accade con una cipolla, più vai in profondità più sei costretto a lacrimare.
Eppure deve esserci qualcosa che, a un certo punto, si rompe nella mente di alcune persone. Un corto circuito, potremmo chiamarlo. O forse, tornando all’immagine di mia nonna, il momento in cui sono stati tolti troppi strati.
Non è un tentativo di giustificare questi gesti. È semplicemente il bisogno di capire.
Spesso, nel linguaggio comune, si parla di raptus. Ma questa parola, almeno per me, non basta. Mi lascia ancora più domande di prima.
Se bastasse dire “è stato un raptus”, allora dovremmo pensare che chiunque possa trasformarsi improvvisamente in un assassino.E no.Mi rifiuto di credere che sia tutto così semplice.
Ogni anno ascoltiamo notizie terribili. I femminicidi aumentano e tutti ci chiediamo come sia possibile fermare questa scia di violenza.Pensiamo che la risposta sia nell’educazione, nel rispetto, nella famiglia, nella cultura dell’altruismo.Eppure arriva sempre quel momento in cui qualcuno dice:
“Non avrebbe mai fatto male a una mosca.”
“Era una bravissima persona.”
“Aveva una famiglia meravigliosa.”
Ed è proprio lì che ogni certezza torna a sgretolarsi.
Alcuni invocano pene più severe, come la pena di morte, presente in altri paesi.Ma anche questo non sembra bastare.Perché anche in questi altri paesi continuano a finire alle pena di morte diverse persone.Perché, se davvero chi arriva a compiere certi gesti perde completamente il controllo, come potrebbe fermarsi pensando alla pena che lo aspetta?
È un tema enorme.Non avrò una risposta oggi.E forse non l’avremo mai.
Capire cosa mi ha lasciato questo libro, come accade con ogni storia che mi colpisce davvero, significa andare oltre la superficie.
Questo intendo dire quando ci sono storie, anche se raccontate in fumetti, libri o film, le cui intenzioni sono per me nobili.
Tornando al libro.
L’ultimo grande tema è quello della redenzione.
E del reinserimento nella società di chi ha commesso un omicidio. Faccio fatica, lo ammetto, a immaginarmi seduto a cena con un ex detenuto o con una persona che ha ucciso. Forse ne avrei paura. E qui nascono le domande.
Sarebbe un mio pregiudizio? Oppure un naturale istinto di sopravvivenza?
Anche in questo caso non credo esista una risposta semplice. Esistono persone che hanno davvero compreso il male commesso, che hanno intrapreso un percorso di cambiamento e che non torneranno mai più a fare del male.
Ma come possiamo esserne certi?
Forse il vero problema è proprio questo. Non sapremo mai con assoluta certezza chi abbia davvero trovato la propria redenzione e chi invece no. Ed è proprio questo dubbio a rendere il perdono così difficile. Dentro qualcuno a volte.
Le citazioni del libro che ho appuntato e amato:
«Me lo sono chiesta mille volte: Cos’è il male? È un errore che fai tu? Una scelta? Oppure è una falla nel tuo sistema, una colpa che c’è in ogni essere umano?».
«Tutto passa. E, se non può passare, cambia».
«Il male che subisci è molto meglio di quello che fai. Dal male che fai non c’è via d’uscita».
Accenni a Silvia Avallone
Silvia è una scrittrice piemontese, classe ‘84.
Acciaio è stato il suo romanzo d’esordio e io stesso l’ho conosciuta proprio con quest’opera.
La particolarità di Silvia e della sua scrittura sta nell’intensità emotiva con cui racconta le sue storie, unita a un realismo crudo e mai edulcorato.
Ci ha già regalato diversi libri:
Acciaio
Marina Bellezza
Da dove la vita è perfetta
Un’amicizia
Cuore nero
Silvia, attendiamo il prossimo libro!
E tu hai letto questo libro ? Conosci Silvia Avallone?
Fammelo sapere,
A presto
Super Nerd Verse





